LENTE DI INGRANDIMENTO SU QUESTE PAROLE
Deduzioni e detrazioni
Spesso, nel comune parlare, si fa confusione tra “deduzioni” e “detrazioni”
fiscali. Tuttavia la differenza non è di poco conto. Le prime sono importi da
sottrarre al reddito imponibile sul quale poi si calcola l’imposta lorda. Le
seconde sono importi da sottrarre all’imposta lorda per calcolare l’imposta
netta. E’ deducibile, ad esempio, l’indennità di avviamento corrisposta al
conduttore; sono detraibili invece, ricorrendo determinate condizioni, le spese
sostenute per la ristrutturazione e riqualificazione energetica degli edifici.
Patrimoniale
La patrimoniale è una “imposta” il cui “presupposto è la titolarità di un bene e
non la percezione di un reddito” (dizionario Zingarelli). È, in altre parole, un
prelievo fiscale che colpisce i patrimoni (es: immobili o attività finanziarie)
indipendentemente dal fatto che producano o no un reddito, o un reddito
inferiore all’imposta (da qui, il progressivo effetto espropriativo). Un’imposta
patrimoniale era l’Ici e ora è l’Imu. Tale è stata anche quella introdotta, nel
‘92, dall’allora Governo Amato sui conti correnti.
Segretare o secretare
Si dice “segretare” o “secretare”? Come si ricava dalla lettura del dizionario
on-line Hoepli, può essere impiegato sia l’uno sia l’altro termine. Il
significato è “sottoporre atti processuali al vincolo del segreto”.
Ricevimento o ricezione
Riferendosi ad un plico, ad una merce, ad una missiva è corretto impiegare il
termine “ricevimento” o “ricezione”? In verità, deve ritenersi che si possa far
ricorso indifferentemente sia all’uno sia all’altro termine. Infatti, secondo la
definizione che ne dà il vocabolario on-line Treccani, “ricevimento” è “l’atto
di ricevere, il fatto di venire ricevuto”, in riferimento a “invii o spedizioni
di effetti postali, valori, merci”; del pari, “ricezione”, è “il fatto di
ricevere, limitatamente a cose spedite o inviate, comunicate o trasmesse”.
Far mente locale
Nel comune parlare l’espressione “far mente locale” è usata frequentemente. Ma
qual è il suo esatto significato? La locuzione è attestata nel vocabolario
on-line Treccani con il significato di “immedesimarsi nelle circostanze,
orizzontarsi in una situazione difficile e complessa”; nel dizionario Devoto
Oli, con la definizione di “concentrare il pensiero su un argomento”.
Villini e
ville
Che differenza c’è tra le abitazioni in “villini” e le “ville”,
inquadrate rispettivamente nelle categorie catastali A/7 e A/8? La risposta al
quesito è contenuta nella circolare del Ministero delle finanze (Direzione
generale Catasto e servizi tecnici erariali) n. 5 del 14.3.’92, secondo cui “per
villino deve intendersi un fabbricato, anche se suddiviso in unità immobiliari,
avente caratteristiche costruttive, tecnologiche e di rifiniture proprie di un
fabbricato di tipo civile o economico” e “dotato, per tutte o parte delle unità
immobiliari, di aree coltivate o no a giardino”; diversamente, per “ville devono
intendersi quegli immobili caratterizzati essenzialmente dalla presenza di parco
e/o giardino, edificate in zone urbanistiche destinate a tali costruzioni o in
zone di pregio con caratteristiche costruttive e di rifiniture, di livello
superiore all’ordinario”.
Quanto sopra senza dimenticare, naturalmente, che il nostro sistema catastale ha
un carattere comparativo. Si basa (o si dovrebbe basare...) cioè – ai sensi del
d.p.r. 1.12.’49, n. 1142 – sul confronto con “unità tipo” diverse da una zona
censuaria ad un’altra (e le zone censuarie sono centinaia e centinaia). Il che –
significando, all’evidenza, che le indicate definizioni vanno declinate in base
a criteri estremamente vari – pone, però, il problema della conoscibilità, da
parte di contribuenti e professionisti, delle “unità tipo” individuate per le
singole zone censuarie. Conoscibilità attualmente non assicurata.
Patria potestà
La “patria potestà” è un istituto mutuato dal diritto romano. Secondo la
definizione che ne dà lo Zingarelli, è il “complesso di poteri e doveri
spettanti un tempo al padre e ora a entrambi i genitori sui propri figli
minorenni non emancipati”. La materia trova la propria disciplina nel titolo IX,
libro I, del codice civile, la cui originaria rubrica – a seguito della riforma
del diritto di famiglia – è stata sostituita con la locuzione “potestà dei
genitori”.
Orecchio o orecchia
Si dice “orecchio” o “orecchia”? E in quali casi è più corretto usare un termine
piuttosto che l’altro?
In realtà – come può leggersi sul sito Internet della Treccani
(www.treccani.it.) – “non v’è nessuna differenza di significato tra le coppie
orecchio/orecchia – orecchi/orecchie”. Semplicemente “orecchia” – nel
significato di “organo dell’udito” – è una “forma meno usata nel linguaggio
comune e scientifico”. E’ la forma più comune nel “linguaggio figurato” per
indicare, invece, la “piegatura che si fa volontariamente nell’angolo superiore
della pagina di un libro, di un quaderno, di un foglio, per segnalare e poter
ritrovare un passo particolare, oppure, involontariamente, per negligenza,
disordine, incuria”.
A termini di legge
Si dice a “termine” di legge o a “termini” di legge? L’espressione corretta è la
seconda e vuol dire – come può leggersi sullo Zingarelli – “secondo la legge, in
conformità alla legge”.
E-mail
Cosa significa e-mail? La risposta può leggersi nell’enciclopedia on-line
Treccani, la quale precisa che si tratta di un’abbreviazione dell’espressione
inglese “electronic mail (lett. «posta elettronica»)” che indica un “servizio di
rete di messaggistica”. L’enciclopedia continua sottolineando, in particolare,
che i fornitori, meglio noti come provider, “offrono agli utenti tale servizio
previa registrazione e assegnazione agli stessi di un indirizzo” che li
identifica “univocamente, composto di due parti separate dal simbolo @ (da
leggere at, in inglese): la prima parte identifica l’utente, la seconda il
provider”.
Successione legittima, testamentaria e necessaria
Nell’ambito della successione ereditaria si distinguono tre tipi di successione:
quella legittima, quella testamentaria e quella necessaria. La prima si ha
allorché il testamento manchi oppure disponga solo di una parte dei beni del
defunto, sicché il trasferimento del patrimonio di quest’ultimo si effettua
secondo la disciplina dettata dalla legge, che individua a tal fine le
“categorie dei successibili” (coniuge, discendenti, ascendenti legittimi,
collaterali, altri parenti entro il sesto grado, Stato). La seconda si ha nel
caso in cui il defunto abbia disposto dei suoi beni con testamento. La terza,
infine, è la successione che ha luogo a favore dei “legittimari” (coniuge, figli
e ascendenti legittimi), a favore cioè di coloro che hanno diritto per legge ad
una porzione del patrimonio del defunto (c.d. quota di legittima, quota di
riserva o quota indisponibile) anche contro la volontà quest’ultimo, salvo casi
di indegnità.
Proprio e
suo (loro)
Quando si può usare “proprio” in luogo
dell’aggettivo possessivo “suo” e “loro”? La risposta può leggersi nella
grammatica di Luca Serianni (Italiano, Garzanti editore) secondo cui “proprio
può sostituire l’aggettivo possessivo di 3ª e 6ª persona a condizione che si
riferisca al soggetto della frase; ed è più comune di suo se la frase ha
soggetto indefinito o implicito: «ognuno ama i propri figli», «amare i propri
figli»”. Nel volume si precisa, comunque, che è “sempre consigliabile usare
proprio per evitare equivoci: «Carlo vide Mario con la propria moglie» (cioè con
la moglie di Carlo; dicendo «vide Mario con sua moglie» si potrebbe pensare alla
moglie di Mario).”
Dizionario e vocabolario
Esiste una differenza tra i termini “dizionario” e “vocabolario”? La risposta
può leggersi nel n. 29/’04 del periodico La Crusca per Voi, nel quale –
rispondendo ad un analogo quesito – si cita il grande linguista Bruno Migliorini,
che della specifica questione si è occupato in un volumetto intitolato “Che
cos’è un vocabolario? (Firenze, Le Monnier, 1961)”. Per il Migliorini – ricorda
il periodico – “nessun fondamento” hanno “vecchie distinzioni tra vocabolario
«raccolta di vocaboli» e dizionario «raccolta di vocaboli e locuzioni»”.
“Semmai” – precisa ancora la rivista dell’Accademia della Crusca sulla base di
quanto osservato dall’illustre linguista – “dizionario è più esteso in quanto si
può riferire a trattazioni disposte in ordine alfabetico, ma non propriamente
lessicali”. Così “si può dire Dizionario biografico ma non Vocabolario”.
Insomma, la differenza tra i due termini in discorso, seppure esiste, non è di
particolare rilievo.
E questo è dimostrato dal fatto - come precisa lo stesso
periodico della Crusca - che nei “titoli delle grandi opere lessicografiche dell’italiano
contemporaneo” viene utilizzato tanto il termine “dizionario (per esempio: De
Felice-Duro, De Mauro, Devoto-Oli, Garzanti, Palazzi-Folena, Sabatini-Coletti)”,
quanto il termine “vocabolario” (si
pensi, ad esempio, allo “Zingarelli”).
Avviso di rettifica
ed errata corrige
Spesso la Gazzetta Ufficiale riporta le espressioni “avviso di rettifica” ed
“errata corrige”. Che differenza c’è tra queste due locuzioni? La risposta è che
l’avviso di rettifica “dà notizia dell’avvenuta correzione di errori materiali
contenuti nell’originale o nella copia del provvedimento inviato per la
pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale”; l’errata-corrige “rimedia, invece, ad
errori verificatisi nella stampa del provvedimento nella Gazzetta Ufficiale”.
Fideiussore e fideiubente
Si può dire fideiussore, certo. Ma, al femminile, bisogna allora dire
fideiussora. Che non è bellissimo. Ecco perché, da molti, si usa il termine
fideiubente, che va bene sia al maschile che al femminile. Si usa fideiubente,
cioè, per semplicità di linguaggio, e non per essere ricercati (come molti
credono).
Avviso di accertamento
L’“avviso di accertamento” è un atto impositivo con cui l’ufficio fiscale
“accerta” formalmente una pretesa nei confronti del contribuente e che origina
da una verifica unilaterale sulla presunzione di un debito. E’ un atto, quindi,
che non si basa su dati di fatto accertati da un terzo, con il quale l’ufficio
fiscale solleva una semplice contestazione nei confronti degli interessati. I
numeri lo confermano: in un Rapporto annuale della Guardia di Finanza di
qualche anno fa – come riportato da Italia Oggi del 4.2.’11 – risultava,
infatti, che più del 50% degli “accertamenti” è stato successivamente annullato
dalla giustizia tributaria.
L’espressione “avviso di accertamento” dunque, nonostante rechi in sé un chiaro
richiamo al termine “accertare”, non ne condivide affatto lo stesso significato
di “riconoscere come cosa certa” (Vocabolario Treccani on line), di “dare per
certo” (dizionario Zingarelli).
Stato
dell’arte
Locuzione di origine inglese per la quale – come annota Raffaella Setti,
dell’Accademia della Crusca – si è avuta l’affermazione in italiano di un
significato sensibilmente diverso da quello originario. Se, infatti, in inglese
(dove è attestata già a fine Ottocento) l’espressione vale “all’ avanguardia,
d’avanguardia”, in italiano è corrente per indicare “il punto cui sono arrivate
le ricerche in una determinata disciplina”.
La locuzione è ormai registrata anche nei dizionari di lingua. Il Sabatini
Coletti 2006, ad esempio, l’attesta col significato “livello delle conoscenze
raggiunte in un determinato ambito professionale” e lo Zingarelli dello stesso
anno come “il livello cui è giunta una data tecnica”.
Diritto di
seguito
Il diritto di seguito trova la sua disciplina nel Titolo III, Capo II, Sez. VI
della legge n. 633 del 22.4.’41 (“Protezione del diritto d’autore e di altri
diritti connessi al suo esercizio”). E’ il diritto spettante agli autori di
opere d’arte “figurative” (quadri, dipinti, disegni, sculture, arazzi ecc.) e di
“manoscritti” a percepire un compenso sul prezzo di ogni vendita successiva alla
prima. Perché scatti questo diritto, tuttavia, è necessario che la vendita
avvenga ad un prezzo non inferiore a 3mila euro (o a 10mila euro se il venditore
ha acquistato l’opera direttamente dall’autore da meno di tre anni) e sia
effettuata con “l’intervento, in qualità di venditori, acquirenti o
intermediari, di soggetti che operano professionalmente nel mercato dell’arte”
(“case d’asta”, “gallerie d’arte e, in generale, qualsiasi commerciante di opere
d’arte”).
Per espressa previsione di legge, il diritto di seguito “dura tutta la vita
dell’autore e per settant’anni dopo la sua morte”; inoltre, “non può formare
oggetto di alienazione o di rinuncia”.
I
barracellari
I “barracellari” sono volontari presenti in tutto il territorio sardo. Sono
suddivisi in 130 “Compagnie” e rivestono, a seguito di decreto prefettizio, la
qualifica di agenti di pubblica sicurezza. Secondo alcuni esperti il termine
deriva dal greco “parànghellos” che significa “denunciatore”; secondo altri,
invece, discende dal latino “barigellus” o “baricellus”, che significa
“servitore pubblico alle dipendenze di un magistrato”.In
Sardegna questa figura ha origini risalenti nel tempo. Attualmente diverse leggi
sarde ne disciplinano le funzioni, che consistono in sostanza, da un lato, nel
collaborare con le autorità per la prevenzione di determinati reati (es:
abigeato), dall’altro, nel vigilare – dietro compenso – sui beni pubblici e
privati affidati loro in custodia.
“Paese” o “paese”?
Quando scrivere “paese” con l’iniziale minuscola e quando, invece, “Paese” con
quella maiuscola?
All’interrogativo ha risposto la Treccani, che sul suo sito Internet
(www.treccani.it) ha precisato che “è consigliabile scrivere paese, se ci
riferiamo a un centro abitato di modeste dimensioni”; viceversa, “Paese” quando
usiamo questo termine “come sinonimo di entità territoriale governata da
determinate norme”.
Dedicato e destinato
“Dedicare” (dal latino dedicàre:
dire solennemente, proclamare) significa: “attribuire a qualcosa il nome di
qualcuno, in segno di onore, riconoscenza”; “offrire a qualcuno il risultato
della propria attività, specialmente artistica o letteraria, in segno di
omaggio, affetto”; e, ancora, “volgere tutte le proprie cure, fatiche” verso “un
determinato fine” (Zingarelli).
Il termine “dedicato”, inteso come participio passato del verbo “dedicare”, ha
naturalmente lo stesso significato, mentre come aggettivo (dall’inglese
dedicated) indica, “nel gergo informatico”, il “dispositivo”, il “software”
o la “macchina realizzati o messi in opera per una specifica categoria di utenti
o per uno scopo ben determinato e solo per quello” (Vocabolario on line
Treccani).
“Destinare” (dal latino destinàre: fissare, fermare) significa: “dare in sorte,
stabilire in modo definitivo e irrevocabile”; “assegnare, designare” (Zingarelli).
E lo stesso significato ha evidentemente il termine “destinato”, allorché venga
impiegato come participio passato del verbo “destinare”. Inteso come aggettivo,
invece, “destinato” vuol dire: “voluto dal destino, stabilito da una potenza o
volontà superiore” (Vocabolario on line Treccani).
Utilizzare pertanto, nel comune parlare, il termine “dedicato” (che è, in
realtà, un inglesismo) come sinonimo di “destinato”, è scorretto, avendo
ciascuna parola uno specifico significato ben distinto l’uno dall’altro.
Steward
Nel comune parlare, per
steward si intendono gli assistenti di volo. Tuttavia con lo stesso termine il
decreto 8.8.’07 – emanato dal Ministro dell’interno in attuazione del
decreto-legge n. 8 dell’8.2.’07 (come convertito) recante “Misure urgenti per la
prevenzione e la repressione dei fenomeni di violenza connessi a competizioni
calcistiche” – indica anche “gli assistenti di stadio” cui, in impianti
sportivi con capienza superiore a 7.500 posti, le società di calcio
professionistiche sono tenute ad affidare il controllo dei “servizi finalizzati
al controllo dei titoli di accesso, all’instradamento degli spettatori ed alla
verifica del rispetto del regolamento d’uso dell’impianto”. Agli stessi è
riconosciuta la tutela prevista per i pubblici ufficiali e per glli incaricati
di pubblico servizio (attraverso una normativa che prevede l’applicazione nei
confronti dei soggetti di cui trattasi delle disposizioni relative a reati
contro i pubblici ufficiali e gli incaricati di pubblico servizio).
Abitazione principale e prima casa
L’“abitazione principale” è – secondo la definizione dell’art. 10, comma 3-bis,
d.p.r. 917/’86 (in tema di Irpef) – l’abitazione “nella quale la persona fisica,
che la possiede a titolo di proprietà o altro diritto reale, o i suoi familiari
dimorano abitualmente”. Secondo l’art. 8, comma 2, d.lgs. 504/’92 (in tema di
Ici) è l’abitazione “nella quale il contribuente, che la possiede a titolo di
proprietà, usufrutto o altro diritto reale, e i suoi familiari dimorano
abitualmente”. Le due definizioni, come si vede, differiscono di poco (“o i suoi
familiari”, nella prima; “e i suoi familiari”, nella seconda) e la dottrina –
sull’attribuzione o meno di un significato alla differenza segnalata – è divisa.
In altri testi di legge si parla di “prima casa”, ma una definizione normativa
del termine non esiste in alcun testo. Il termine viene utilizzato per indicare
l’applicazione – in caso di trasferimento di un immobile e ove ricorrano
determinati requisiti previsti dalla legge (nota II bis, art. 1, tariffa parte
prima, d.p.r. 131/’86) – di specifiche agevolazioni ai fini delle imposte
indirette (Iva, imposta di registro, imposte ipotecaria e catastale).
Arresto, sosta e fermata
“Arresto”, “sosta” e “fermata” sono termini che nel linguaggio corrente vengono
frequentemente utilizzati come sinonimi, ma a torto.
Secondo l’art. 157, d.lgs. 285/’92 (Codice della strada), per “arresto” –
infatti – si intende “l’interruzione della marcia del veicolo dovuta ad esigenze
della circolazione”; per “fermata”, la “temporanea sospensione della marcia” per
consentire “la salita o la discesa delle persone, ovvero per altre esigenze di
brevissima durata”; per “sosta”, infine, la “sospensione della marcia del
veicolo protratta nel tempo, con possibilità di allontanamento da parte del
conducente”.
“Norme” Uni...
L’Uni definisce le proprie indicazioni, norme. Per questo esse vengono, spesse
volte, di per sé considerate cogenti, come se si trattasse di norme di legge.
Così non è, invece, a meno che per esse non abbia operato un particolare
procedimento di recepimento oppure che ad esse faccia rinvio un preciso
disposto di legge o, comunque, un provvedimento avente forza di legge.
Anche nella recente sentenza n. 5413 dell’1.4.’10, con la quale è stato
annullato – su ricorso, com’è noto, della Confedilizia – il decreto del Ministro
dello sviluppo economico del 23.7.’09 che imponeva una (inutile) verifica
straordinaria degli ascensori, il Tar del Lazio ha precisato che l’Uni è “una
associazione privata”, e ha definito quanto da essa emanato “libere
determinazioni”, testualmente (ed esattamente).
Il T.U. dell’edilizia e le lettere “L” e “R”
Nel Testo Unico dell’edilizia di cui al d.p.r. 6.6.’01, n. 380, ciascuna norma è
distinta dalle lettere “L” o “R”. Questo dipende dal fatto che i Testi Unici
raccolgono disposizioni sia legislative (L) sia regolamentari (R), sicché la l.
8.3.’99 n. 50, che li ha istituiti, ha anche precisato, all’art. 7 (ora
abrogato), che ciò vada segnalato con “opportune evidenziazioni”.
Chi è lo “straniero”?
Nella nostra lingua, il termine “straniero” indica qualsiasi cittadino di
nazionalità non italiana. Ai fini del Testo Unico sull’immigrazione di cui al
d.lgs 286/’98, con tale termine devono intendersi, invece, solo i “cittadini di
Stati non appartenenti all’Unione europea” e gli “apolidi”.
Decreto legislativo e decreto-legge
Spesso, nel linguaggio comune, viene fatta confusione tra decreto legislativo e
decreto-legge, nonostante le differenze tra questi due provvedimenti siano
notevoli.
Il decreto legislativo, infatti, è un atto avente valore di legge ordinaria,
emanato dal Governo su delega del Parlamento, il quale ne indica i contenuti, i
limiti e i tempi di emanazione in un’apposita legge (c.d. legge delega). Il
decreto-legge, invece, pur essendo anch’esso un atto avente forza di legge, è un
provvedimento provvisorio che – per non perdere di efficacia – necessita di
essere convertito in legge entro 60 giorni dalla sua pubblicazione. Inoltre, è
adottato dal Governo senza la preventiva autorizzazione delle Camere e solo
laddove ricorrano “casi straordinari di necessità e di urgenza”.
I registri previsti per i condomìni
Il codice civile prevede due registri di cui devono dotarsi gli amministratori
di condominio. Uno – la cui obbligatorietà non può ritenersi venuta meno a
seguito della cessazione del sistema corporativo (sul quale si basava
l’adempimento di cui all’art. 71 disp. att. cod. civ. che assegnava
all’“associazione professionale dei proprietari di fabbricati” il solo compito
di tenere il registro in questione) – è quello previsto dal combinato disposto
degli artt. 1129, quarto comma, e 1138, terzo comma, cod. civ.. Tali norme
prevedono che la nomina e la cessazione, per qualunque causa,
dell’amministratore dal suo incarico siano annotate in un “apposito registro” e
che, nel medesimo registro, sia trascritto anche il regolamento di condominio
approvato dall’assemblea.
L’altro registro, invece, è quello contemplato dall’art. 1136, ultimo comma,
cod. civ.. In esso devono essere trascritti i verbali d’assemblea.
Disdetta e recesso
Nel linguaggio comune spesso i termini disdetta e recesso vengono usati come
sinonimi. Sbagliando, però. Perché si ha recesso quando una parte, ricorrendone
i presupposti, comunica all’altra che intende sciogliere il contratto prima
della scadenza (nella locazione ciò è consentito al conduttore – in conformità a
quanto previsto dalle leggi 431/’98 e 392/’78 – ove ricorrano “gravi motivi”).
Si ha disdetta, invece, quando una parte avvisa l’altra che alla scadenza
prestabilita non intende rinnovare il contratto.
“Inquilini”
Spesse volte il termine “inquilini” viene impiegato dai giornali per indicare,
genericamente, gli abitanti di un immobile. Il che non è corretto, perché
“inquilini” sono solo coloro i quali sono legati al locatore da un rapporto di
locazione.
Lo “sfratto”
Lo sfratto è quel procedimento esecutivo che si attiva sulla base di un titolo
emesso in caso di morosità del conduttore o ottenuto dopo finita la locazione.
Tale termine viene impiegato invece, spesse volte, del tutto impropriamente, per
indicare le esecuzioni forzate di rilascio di immobili occupati da abusivi.
“Canoni sostenibili”
I “canoni sostenibili” sono stati introdotti dalla legge di conversione del
decreto sfratti (l. n. 199 del 18.12.’08), la quale ha definito come tali quelli
di “importo pari al 70 per cento del canone concordato calcolato ai sensi
dell’articolo 2, comma 3, della legge 9 dicembre 1998, n. 431”.
Sennonché l’espressione “canone concordato” non trova riscontro nella legge
sulle locazioni abitative. Ciò che crea l’equivoco se il legislatore abbia
inteso riferirsi al canone dei contratti “agevolati” (tale essendo la
definizione che dei contratti 3+2 precitati fornisce l’art. 4-bis della legge
431/’98), canone che – come è noto – viene stabilito in appositi accordi
definiti in sede locale tra le Organizzazioni dei proprietari e degli inquilini,
oppure al canone “concordato” tra le singole parti interessate.
La “multa”
Il Codice della strada prevede, per molte infrazioni, una “sanzione
amministrativa pecuniaria”, che nel linguaggio comune viene abitualmente
chiamata “multa”. A torto, però. Perché la multa è cosa diversa: è la pena
pecuniaria prevista per la commissione di un delitto, cioè di un reato di
particolare gravità.
Contratti
“concordati”?
Nonostante si faccia correntemente uso – da parte di giornalisti atecnici o di
amministratori e/o politici non sufficientemente ferrati sull’argomento, e
quindi anche in atti ufficiali – dell’espressione contratti di locazione
“concordati”, sottolineiamo che si tratta di una terminologia assolutamente da
evitare dato che crea equivoci inutili.
Il termine “concordati” non compare infatti nella legge che – per i contratti di
durata di tre anni più due – parla solo di contratti “agevolati”. Gli altri sono
i contratti cosiddetti liberi o i contratti transitori e/o per studenti
universitari.