È molto alta, da qualche tempo, l’attenzione al tema della casa, sia da parte dei media che da parte della politica. Recentissima è una “comunicazione” della Commissione europea riguardante un “Piano europeo per gli alloggi a prezzi accessibili”. Atto che segue il varo, in sede di Parlamento Ue, e per la prima volta, di una “Commissione speciale sulla crisi abitativa nell’Unione europea”. In precedenza, in ambito nazionale, si era registrata la previsione, all’interno della penultima legge di bilancio, di un “Piano Casa Italia”, ora integrato con la manovra approvata a fine 2025.
Che il tema dell’accesso all’abitazione meriti di essere messo fra le priorità – ma stabilmente, non in via emergenziale – è certo ed è forse quasi unanimemente condiviso. Ciò sui cui invece ci si può confrontare è la scelta dei modi con i quali affrontare la questione.
Nel corso della conferenza stampa del 9 gennaio scorso, la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nel confermare gli intendimenti del Governo in materia, ha detto che l’obiettivo è dare vita a “un progetto che possa arrivare a mettere a disposizione centomila nuovi appartamenti a prezzi calmierati ragionevolmente nei prossimi dieci anni, al netto delle case popolari, altro tema del quale il Piano Casa intende occuparsi”. Un percorso su due binari, dunque, come risulta confermato: da un lato, la raccolta di capitali privati per la realizzazione, in alcune delle maggiori città, di alloggi “accessibili” a individui e famiglie che si collocano in fasce di reddito intermedie; dall’altro, il rilancio dell’edilizia economica e popolare, tradizionalmente riservata a chi invece si trova in condizioni economiche più disagiate.
Si tratta di un approccio convincente. Col primo binario si punta all’apporto di investitori, anche internazionali, interessati a inserirsi nel mercato italiano attraverso un’operazione pubblico-privato che contemperi le attese di rendimento degli operatori con le necessità di calmieramento dei prezzi di vendita e dei canoni di locazione. Il secondo binario è almeno altrettanto importante e sarebbe già estremamente positivo se perseguisse con concretezza ed efficacia l’obiettivo di rimettere a disposizione degli aventi diritto le decine di migliaia di case popolari non assegnate perché in condizioni tali da non consentire di essere abitate.
Si può fare dell’altro? Sì. Si può sviluppare un’ulteriore linea di intervento – complementare rispetto a quelle in preparazione – che miri a mettere a frutto una peculiarità dell’Italia: quella di essere un Paese dalla proprietà immobiliare diffusa, composta di milioni di risparmiatori che da sempre assicurano la risposta di gran lunga più estesa e più capillare alla domanda di casa e alle esigenze abitative di famiglie, studenti e lavoratori.
Da questo punto di vista, sono due le azioni – dai potenziali effetti molto rapidi – che si potrebbero compiere al fine di accrescere la disponibilità di abitazioni in locazione e, di conseguenza, di ridurre i canoni.
La prima è il varo di una normativa tesa a rendere certi e celeri i tempi di esecuzione degli sfratti, per dare fiducia ai proprietari e spingerli a destinare un maggior numero di appartamenti agli affitti di lunga durata. Il Governo ha sul suo tavolo una proposta della Confedilizia al proposito e risulta che stia per intervenire con un provvedimento in materia, che viene sollecitato anche in sede parlamentare. L’auspicio è che giunga presto in Consiglio dei ministri e che sia celermente esaminato e approvato.
La seconda cosa che si potrebbe fare, sempre allo scopo di aumentare l’offerta di abitazioni e di renderla più accessibile, è introdurre incentivi fiscali mirati. Incentivi che, se si volesse concentrarli sugli affitti a canone concordato, quelli caratterizzati da canoni inferiori rispetto a quelli di mercato, potrebbero tradursi in due misure dall’impatto molto limitato sul bilancio dello Stato; da un lato, l’abbattimento dell’Imu in caso di utilizzo di questi contratti “calmierati”; dall’altro, l’applicazione in tutta Italia della speciale cedolare secca del 10%, ora limitata a una parte dei Comuni, che aiuterebbe a ridurre la pressione abitativa sui capoluoghi, indirizzandola sui piccoli centri limitrofi.
Il tema casa ha bisogno di una risposta articolata. È il momento di fornirla.
Giorgio Spaziani Testa
Presidente Confedilizia
(Il Sole 24 Ore, 12 febbraio 2026)




